Recentemente è apparso sulla rivista scientifica IEEE Spectrum un interessante articolo dal titolo Sardinia’s Ancient Reasons for Rejecting a Clean Energy Future che ho avuto modo di tradurre e sintetizzare in un precedente articolo che ho intitolato “Le ragioni storiche della resistenza della Sardegna verso le rinnovabili”
L’articolo contiene riflessioni importanti e, per molti aspetti, condivisibili. Tuttavia, leggendo l’intero reportage, emerge inevitabilmente una domanda ulteriore che forse meriterebbe oggi di essere affrontata con la stessa profondità sociologica e culturale dedicata al conflitto sulle rinnovabili.
Se la Sardegna diffida storicamente delle infrastrutture percepite come “esterne”, perché questa stessa diffidenza appare molto meno intensa nei confronti del nuovo progetto di metanizzazione dell’isola?
La domanda merita di essere posta anche perché in passato un progetto di questo tipo denominato GALSI era stato oggetto di forte opposizione da parte di agguerriti comitati locali, mentre oggi non si coglie alcun accenno di protesta al nuovo progetto che pare ormai inesorabilmente lanciato verso la sua definitiva realizzazione.
La questione non è banale. Il metanodotto rappresenta una delle infrastrutture energetiche più invasive e centralizzate mai progettate in Sardegna negli ultimi decenni. Attraverserà centinaia di chilometri di territorio, richiederà investimenti enormi e sarà interamente controllato da soggetti industriali esterni al tessuto economico sardo. Eppure il livello di opposizione sociale appare nettamente inferiore rispetto a quello esploso contro eolico e fotovoltaico.
Il paradosso è evidente. Le energie rinnovabili, pur con tutte le criticità legate alla pianificazione e agli errori commessi in alcuni processi autorizzativi, rappresentano tecnologie che possono essere sviluppate su ogni scala. Possono appartenere a grandi operatori industriali, ma anche a cooperative, comunità energetiche, aziende agricole, piccole imprese e perfino singole famiglie. Un impianto fotovoltaico può essere installato sul tetto di una casa, di un capannone o di una stalla. Una comunità energetica, come le oltre sessanta già realizzate dall’Associazione Elettrica Sarda, può essere costruita attorno a un comune, a un quartiere o a un distretto produttivo. In altre parole, le rinnovabili introducono un modello energetico potenzialmente distribuito e partecipativo, nel quale anche il tessuto economico locale può diventare protagonista diretto della produzione energetica.
Il gas, al contrario, appartiene a una logica completamente diversa. È una filiera centralizzata, ad altissima intensità di capitale, che richiede grandi infrastrutture di trasporto e gestione. Non è controllabile dal territorio. Non crea autonomia energetica diffusa. Non democratizza la produzione. Non consente ai cittadini o alle piccole imprese di diventare produttori. Anzi, rafforza inevitabilmente la dipendenza da grandi operatori infrastrutturali e da dinamiche geopolitiche esterne all’isola.
Anche sul piano economico i dubbi non sono marginali. Il gas arriva in Sardegna in una fase storica nella quale l’Europa accelera verso elettrificazione, accumuli e decarbonizzazione. Ciò significa che esiste il rischio concreto di realizzare un’infrastruttura con tempi di ammortamento molto lunghi in un mercato energetico destinato a cambiare radicalmente nei prossimi vent’anni. È il tema dei cosiddetti “stranded asset”: opere costose che rischiano di diventare parzialmente obsolete prima ancora di completare il proprio ciclo economico.
Ed è qui che il dibattito sardo sembra mostrare una curiosa asimmetria. Da un lato si guarda con enorme sospetto a tecnologie che potrebbero favorire una maggiore partecipazione energetica locale; dall’altro si accetta con relativa tranquillità una infrastruttura energetica fortemente centralizzata e sostanzialmente fuori dal controllo economico regionale.
Forse la vera domanda non è se la Sardegna sia favorevole o contraria alle energie rinnovabili. Forse la domanda più profonda è se l’isola abbia davvero elaborato un modello energetico coerente con la propria storia, la propria economia e la propria aspirazione all’autonomia.
Perché, paradossalmente, proprio quelle tecnologie percepite da molti come una minaccia esterna potrebbero essere, almeno in parte, le stesse che consentirebbero a famiglie, imprese e territori di recuperare una quota di sovranità energetica mai avuta prima.
Naturalmente, questo non significa che tutte le critiche mosse contro le energie rinnovabili siano infondate o che ogni progetto debba essere approvato senza valutazioni rigorose. Il tema della pianificazione territoriale esiste ed è serio. Nessun territorio può sopportare uno sviluppo energetico caotico, privo di criteri paesaggistici, agricoli o infrastrutturali. Ma proprio per questo la questione dovrebbe essere affrontata distinguendo tra modelli energetici differenti, invece di ridurre tutto a uno scontro ideologico tra “favorevoli” e “contrari”.
L’impressione, osservando il dibattito sardo degli ultimi anni, è che spesso si sia confusa la critica alla cattiva pianificazione con il rifiuto della transizione energetica in sé. Sono due cose molto diverse. Contestare procedure opache, concentrazioni speculative o errori autorizzativi può essere legittimo. Molto più discutibile è invece respingere in blocco tecnologie che, per loro natura, potrebbero rappresentare una delle poche occasioni storiche di redistribuzione produttiva dell’energia.
In fondo, per la prima volta nella storia energetica moderna, la produzione elettrica non è più necessariamente monopolio di grandi centrali e grandi utility. Le nuove tecnologie consentono una frammentazione produttiva che fino a pochi anni fa era impensabile. Una piccola azienda agricola può autoprodurre energia. Una cooperativa può condividere produzione e consumo. Un comune può creare una comunità energetica. Una PMI può ridurre drasticamente la propria dipendenza energetica. Perfino una famiglia può diventare parte attiva del sistema elettrico. È un cambiamento culturale enorme, prima ancora che tecnologico.
Ed è forse proprio qui che il dibattito sardo mostra una contraddizione ancora irrisolta. Per decenni l’isola ha denunciato la dipendenza energetica dall’esterno e la mancanza di controllo sulle grandi scelte industriali. Oggi, però, proprio nel momento in cui le tecnologie consentirebbero una maggiore decentralizzazione energetica, una parte consistente della discussione pubblica sembra continuare a ragionare secondo gli schemi del Novecento industriale: grandi infrastrutture centralizzate da una parte, territori passivi dall’altra.
Il rischio è che la Sardegna finisca per combattere la battaglia sbagliata. Non perché le preoccupazioni dei territori siano illegittime, ma perché il vero nodo strategico potrebbe non essere “quanta energia produrre”, bensì chi controlla la produzione energetica, come viene distribuito il valore economico generato e quanto il territorio riesca realmente a partecipare alla nuova economia dell’energia.
In questo senso, il confronto sul metanodotto potrebbe rappresentare un banco di prova molto interessante. Perché, a differenza delle comunità energetiche o della generazione distribuita, il gas resta un modello fortemente verticale, centralizzato e dipendente da infrastrutture esterne. È una filiera nella quale il territorio locale ha margini molto limitati di partecipazione economica diretta. Ed è legittimo chiedersi se questa scelta sia realmente coerente con quella cultura dell’autonomia e dell’autodeterminazione che, secondo l’articolo di IEEE Spectrum, rappresenta uno degli elementi più profondi dell’identità sarda.
Forse la vera sfida dei prossimi anni non sarà decidere se essere favorevoli o contrari alle rinnovabili, ma capire come costruire una transizione energetica che non venga percepita come una nuova forma di colonizzazione economica. Una transizione capace di coinvolgere realmente territori, imprese locali, agricoltori, comunità e cittadini, trasformandoli da semplici spettatori in protagonisti attivi del nuovo sistema energetico.
Perché una transizione energetica imposta genera inevitabilmente resistenza. Una transizione energetica partecipata, invece, può diventare sviluppo. Su questo piano l’Associazione Elettrica Sarda, con il proprio modello SARDOVOLTAICO, rappresenta da questo punto di vista un tentativo concreto di dare una risposta seria ed è quotidianamente impegnata ad assicurare a tutti i progetti, di qualsiasi taglia, una ricaduta ed un rapporto con i territori di riferimento.
L’Associazione Elettrica Sarda ha consapevolezza che esiste un aspetto che merita attenzione, ed è forse il più delicato di tutti: il rapporto tra percezione del rischio e percezione del controllo. Gran parte della resistenza sarda verso le energie rinnovabili sembra nascere non tanto dalla tecnologia in sé, quanto dalla sensazione che le decisioni vengano prese altrove e che il territorio subisca trasformazioni senza avere reale capacità di incidere sui processi. In altre parole, la paura non riguarda soltanto pale eoliche o pannelli fotovoltaici, ma l’idea di perdere ancora una volta il controllo del proprio destino economico.
Eppure proprio qui emerge una delle grandi contraddizioni del dibattito attuale. Le rinnovabili sono probabilmente il primo modello energetico della storia moderna che consente una distribuzione diffusa della proprietà e della produzione. Per quanto esistano anche grandi operatori industriali e dinamiche speculative, il paradigma tecnologico è strutturalmente diverso da quello delle vecchie filiere fossili. Il sole non appartiene a una multinazionale. Il vento non appartiene a un monopolio. Le tecnologie possono essere replicate su scala locale, distribuite, cooperative, persino familiari.
Un metanodotto, invece, funziona esattamente nella direzione opposta. È una infrastruttura verticale, centralizzata, che richiede grandi capitali, grandi gestori e un controllo necessariamente concentrato. Nessuna famiglia potrà mai diventare produttrice autonoma di gas. Nessuna piccola impresa potrà costruire il proprio pezzo di rete. Nessuna comunità locale potrà realmente controllarne la filiera. Tutto il valore strategico e finanziario resta inevitabilmente concentrato nei grandi soggetti infrastrutturali e nelle dinamiche geopolitiche internazionali.
Per questo motivo il caso sardo diventa interessante anche oltre la Sardegna. L’isola rappresenta una sorta di laboratorio europeo nel quale si intrecciano identità, memoria storica, paura della dipendenza economica e trasformazione energetica globale. La domanda che emerge non riguarda soltanto la Sardegna, ma molti territori occidentali che stanno affrontando processi simili: è possibile costruire una transizione energetica senza coinvolgere realmente le comunità locali? E soprattutto: chi beneficerà economicamente del nuovo sistema energetico?
Perché il vero conflitto probabilmente non è tra ambiente e sviluppo, come spesso viene raccontato. Il conflitto reale riguarda il controllo del valore economico prodotto dalla transizione energetica. Riguarda chi decide, chi investe, chi guadagna e chi resta invece semplice spettatore di trasformazioni che avvengono sopra la propria testa.
In questo senso, le comunità energetiche rappresentano forse una delle risposte più interessanti emerse negli ultimi anni. Non soltanto perché consentono risparmi energetici, ma perché modificano il rapporto psicologico tra cittadini ed energia. Le persone non si sentono più semplicemente utenti passivi di un sistema controllato da altri. Diventano parte attiva del processo produttivo. E questo cambia profondamente la percezione sociale della transizione energetica.
Forse è proprio qui che il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi maggiormente. Non tanto sul rifiuto o sull’accettazione astratta delle tecnologie, ma sulla costruzione di modelli energetici capaci di redistribuire realmente opportunità economiche, autonomia e partecipazione. Perché una transizione percepita come nuova forma di dipendenza produrrà inevitabilmente opposizione. Una transizione che invece genera coinvolgimento locale, occupazione diffusa e maggiore controllo territoriale potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto diverso: non una minaccia identitaria, ma una nuova forma di emancipazione economica.
La Sardegna si trova quindi davanti a una scelta che non è soltanto energetica, ma profondamente economica e culturale. Per decenni l’isola ha subito modelli industriali costruiti altrove, spesso giustificati come indispensabili per garantire sviluppo, occupazione e modernizzazione. Alcuni di quei modelli hanno effettivamente generato crescita temporanea, ma molti hanno lasciato anche dipendenza economica, fragilità produttiva e territori che ancora oggi portano i segni di trasformazioni mai davvero governate localmente.
È comprensibile, quindi, che una parte della popolazione guardi con sospetto ogni nuova grande trasformazione energetica. Sarebbe superficiale liquidare questa diffidenza come semplice arretratezza culturale o sindrome NIMBY. L’articolo di IEEE Spectrum mostra con chiarezza quanto il tema sia intrecciato con la memoria storica dell’isola, con il rapporto tra centro e periferia, con il timore di essere ancora una volta utilizzati come piattaforma funzionale a interessi esterni.
Tuttavia, proprio questa consapevolezza dovrebbe forse spingere a distinguere con maggiore lucidità tra modelli energetici diversi. Perché non tutte le infrastrutture producono gli stessi effetti economici e sociali. Alcune concentrano inevitabilmente il controllo, il capitale e il valore economico in pochi soggetti esterni. Altre, invece, aprono almeno teoricamente spazi di partecipazione diffusa, autonomia produttiva e redistribuzione territoriale del valore generato.
Ed è qui che il caso del metanodotto assume un significato particolarmente interessante. Il gas viene spesso percepito come una infrastruttura “normale”, quasi naturale, perché richiama il modello energetico tradizionale al quale l’Europa è stata abituata negli ultimi decenni. Ma proprio questa familiarità rischia forse di nascondere una domanda fondamentale: quanto questo modello sia realmente coerente con il futuro economico ed energetico della Sardegna.
Perché il gas non è semplicemente una fonte energetica. È un sistema industriale basato su importazione, trasporto, rigassificazione, reti centralizzate e forte dipendenza geopolitica. Richiede investimenti enormi con tempi di ritorno molto lunghi, in un momento storico in cui l’intero sistema energetico europeo sta accelerando verso elettrificazione, accumuli, generazione distribuita e digitalizzazione delle reti. Non si tratta quindi di essere “contro il gas”, ma di interrogarsi sulla sostenibilità industriale di investimenti che potrebbero diventare economicamente fragili molto prima della fine del loro ciclo di ammortamento.
Il rischio, in altre parole, è che la Sardegna finisca per inseguire oggi un modello energetico che il resto d’Europa sta già iniziando a superare. E che cittadini e imprese si ritrovino domani a sostenere contemporaneamente il costo di due transizioni: quella del gas e quella, inevitabile, verso un sistema energetico sempre più elettrico e decentralizzato.
Forse il punto più importante è proprio questo. La vera alternativa non è tra sviluppo e ambiente, né tra modernità e tradizione. La vera questione riguarda il tipo di sviluppo che si vuole costruire e il ruolo che il territorio intende avere all’interno del nuovo sistema energetico europeo. Essere semplici consumatori dipendenti da infrastrutture esterne oppure diventare, almeno in parte, produttori, gestori e protagonisti della nuova economia energetica.
La Sardegna possiede caratteristiche uniche: sole, vento, spazi, competenze tecniche emergenti e una crescente rete di comunità energetiche e iniziative locali. Potrebbe trasformare il proprio storico isolamento energetico in un vantaggio competitivo straordinario. Ma per farlo occorre forse superare sia l’ingenuità di chi considera ogni investimento automaticamente positivo, sia la chiusura ideologica di chi rifiuta ogni trasformazione.
Perché una transizione energetica intelligente non dovrebbe limitarsi a cambiare tecnologia. Dovrebbe soprattutto redistribuire opportunità, autonomia e capacità produttiva sul territorio. E forse è proprio questa la vera sfida che la Sardegna ha oggi davanti a sé.
Rimane la domada di fondo: perché resistono alle rinnovabili, ma sembrano amare il metanodotto? Forse una spiegazione sociologica e storica ci sarebbe. Le attività minerarie estrattive ad esempio sono state storicamente create e sfruttate da aziende non sarde, come le industrie chimiche(chimica del Tirso e poi Enichem) e tessili (Leagler su tutte), l’industria di raffinazione del petrolio (SARAS), che è sempre stata di una nota famiglia milanese, ma anche il pecorino romano è stato imposto un secolo fa dagli imprendori laziali, eppure i sardi nel tempo hanno assimilate e fatte proprie tutte queste esperienze, inserendole inconsciamente nel patrimonio collettivo de “Su connotu”, cioè delle cose che fanno parte della memoria collettiva e come tali ricondicibili in qualche modo alla propria identità.
Forse non siamo nemmeno così lontani, sul piano sociologico, da alcuni meccamismi non troppo dissimili dalla cosiddetta sindrome di Stoccolma, quella tendenza a doversi in qualche modo abituare alla convivenza con gli agenti esterni facendoli divenire proprio patrimonio identitario. Perché, in defintiva, un sardo con l’elmetto da minatore, con una tuta da operaio dell’industria chimica, con il formaggio marchiato Pecorino Romano e non Pecorino Sardo, nell’immaginazio collettivo è più sardo del produttore locale di energia fotovoltaica o eolica.
La soluzione dunque forse c’è ed é fondamentalmente culturale e razionale.
L’Associazione Elettrica Sarda, impegnata da anni nello svilpppo della produzione e condivisione delle energie rinnovabili attraverso esperienze di creazione di sisteni elettrici dal basso con l’utilizzo seriale dello strumento delle Comunità Energetiche Rinnovabili, é in assoluto tra soggetti che più di altri possono contribuire a questa rivoluzione.
La transizione energetica può funzionare solo se entra nell’animo e nell’dentità dei sardi. Teniamolo bene a mente.

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