Dalla conoscenza alla consapevolezza: una nuova sfida per l’Associazione Elettrica Sarda
Il cambiamento climatico non è più soltanto una previsione sul futuro. È un fenomeno misurato, studiato e documentato da decenni dalla comunità scientifica internazionale. Eppure continuiamo a comportarci, troppo spesso, come se fossimo ancora nella fase in cui dobbiamo stabilire se il problema esista davvero.
Ondate di calore sempre più intense, siccità prolungate, incendi, eventi meteorologici estremi e modificazioni degli ecosistemi sono diventati parte della nostra realtà. La Sardegna, per la sua posizione geografica e per le sue caratteristiche ambientali, è particolarmente esposta ad alcuni di questi fenomeni.
Ma accanto all’evidenza scientifica continua a esistere un paradosso. Ci sono ancora coloro che negano il cambiamento climatico o ne ridimensionano sistematicamente la portata. C’è poi una fascia probabilmente molto più ampia della popolazione che non nega nulla, ma rimane sostanzialmente indifferente. Ed è forse proprio questa indifferenza la questione più difficile da affrontare.
Il problema non è più soltanto conoscere. È diventare consapevoli
Una recente intervista a Luca Mercalli, pubblicata da Let’s Climunicate, pone una questione che merita grande attenzione.
Dopo decenni di ricerca scientifica e di divulgazione, perché una parte così importante della società continua a percepire il cambiamento climatico come qualcosa di distante?
Mercalli individua sostanzialmente tre atteggiamenti: una parte della popolazione informata e consapevole, una grande fascia di persone indifferenti o che modificano il proprio atteggiamento a seconda del momento, e infine una componente di negazionismo persistente.
Il problema, dunque, non sembra più essere la disponibilità delle informazioni. Le informazioni esistono.
I dati esistono. La ricerca scientifica esiste. Quello che ancora manca è la capacità di trasformare questa enorme quantità di conoscenze in consapevolezza collettiva.
Ed è qui che emerge la responsabilità della politica, dell’informazione e della società civile.
Il falso equilibrio dell’informazione
Il giornalismo ha il dovere di rappresentare il confronto delle idee. Ma il pluralismo delle opinioni non significa che ogni affermazione abbia lo stesso valore scientifico. Esiste una differenza fondamentale tra un’opinione e un fatto verificato. Il dibattito scientifico è indispensabile. Anzi, il dubbio e la verifica sono alla base dello stesso metodo scientifico. Ma il confronto scientifico avviene attraverso dati, pubblicazioni, ricerca e revisione tra pari.
Trasformare invece ogni questione scientifica in una contrapposizione televisiva tra un esperto e qualcuno che semplicemente nega le conclusioni raggiunte da decenni di ricerca rischia di produrre nel pubblico un’impressione profondamente distorta: quella che la comunità scientifica sia ancora divisa sull’esistenza stessa del problema. Non è così.
Esistono certamente margini di incertezza sull’intensità e sulla velocità di alcuni fenomeni, sugli scenari futuri e sulle soluzioni migliori da adottare. Ma l’incertezza sui dettagli non significa incertezza sul fenomeno. Ed è una distinzione fondamentale.
Dopo trent’anni discutiamo ancora della diagnosi
Uno dei concetti più efficaci espressi da Mercalli nell’intervista può essere sintetizzato così:
abbiamo trascorso decenni a discutere della diagnosi quando dovremmo ormai discutere della cura. Ogni nuova ondata di caldo riapre la stessa discussione.
È cambiamento climatico? È sempre successo? È colpa dell’uomo? Quanto possiamo esserne sicuri?
Sono interrogativi che hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della conoscenza scientifica. Ma continuare a riproporli come se fossimo ancora all’inizio degli studi sul clima significa sottrarre spazio alla domanda che oggi dovrebbe interessarci maggiormente: che cosa possiamo fare?
Ed è qui che la questione climatica incontra direttamente quella energetica.
La cura passa anche dall’energia
Ridurre le emissioni significa intervenire su molti settori contemporaneamente. Significa aumentare la produzione da fonti rinnovabili. Significa migliorare l’efficienza energetica degli edifici.
Significa ridurre gli sprechi. Significa elettrificare progressivamente consumi che oggi dipendono dai combustibili fossili quando ciò è tecnicamente ed economicamente conveniente.
Significa sviluppare sistemi di accumulo. Significa ripensare la mobilità. Significa produrre energia sempre più vicino ai luoghi nei quali viene consumata. E significa anche coinvolgere direttamente cittadini, imprese e amministrazioni locali nella transizione energetica.
È precisamente in questo punto che le Comunità Energetiche Rinnovabili assumono un significato che va oltre il semplice incentivo economico. Una Comunità Energetica non è soltanto un meccanismo attraverso il quale condividere virtualmente energia rinnovabile. È uno strumento attraverso il quale un territorio comincia a partecipare concretamente alla trasformazione del proprio sistema energetico.
Ma attenzione: le rinnovabili devono sostituire le fonti fossili
C’è un’altra osservazione dell’intervista che merita particolare attenzione. Negli ultimi anni la crescita mondiale delle energie rinnovabili è stata straordinaria. Tuttavia una parte rilevante di questa nuova produzione si è aggiunta all’aumento della domanda mondiale di energia invece di sostituire completamente la produzione fossile.
Questo significa che installare pannelli fotovoltaici ed impianti eolici è indispensabile, ma non sufficiente. La vera transizione avverrà quando l’energia rinnovabile consentirà progressivamente di ridurre il consumo di combustibili fossili. Per questo dobbiamo parlare contemporaneamente di produzione rinnovabile, efficienza energetica, accumulo, elettrificazione e riduzione degli sprechi.
La Sardegna può diventare un laboratorio
Per la Sardegna questa riflessione assume un significato particolare. Abbiamo una grande disponibilità di sole e vento, territori relativamente poco densamente popolati, centri abitati di dimensioni compatibili con modelli energetici distribuiti e una rete crescente di Comunità Energetiche. Possiamo quindi limitarci a subire la transizione oppure provare a governarla. L’Associazione Elettrica Sarda ha scelto la seconda strada.
Ma probabilmente oggi dobbiamo compiere un ulteriore passo. Non basta realizzare Comunità Energetiche. Non basta installare impianti. Non basta spiegare come funziona un incentivo. Dobbiamo contribuire anche alla costruzione di una cultura energetica e climatica.
Una nuova sfida per l’Associazione Elettrica Sarda
L’Associazione Elettrica Sarda nasce per favorire un modello energetico più distribuito, partecipato e vicino ai territori. Oggi questa missione può allargarsi. Dobbiamo contribuire a trasformare l’informazione scientifica in consapevolezza e la consapevolezza in azione. Significa parlare di cambiamento climatico senza catastrofismi ma anche senza minimizzazioni. Significa spiegare i fenomeni attraverso fonti scientifiche affidabili. Significa contrastare la disinformazione con dati verificabili. Significa soprattutto mostrare che la transizione energetica non è un concetto astratto deciso a Bruxelles, Roma o nelle grandi conferenze internazionali.
Può cominciare in un Comune sardo. In una scuola. Sul tetto di un’impresa. In un’abitazione. In una Comunità Energetica.
Dalla paura alla possibilità di agire
La comunicazione climatica commette spesso due errori opposti. Il primo è minimizzare il problema.
Il secondo è descrivere scenari talmente catastrofici da produrre nel cittadino la convinzione che ormai non ci sia più nulla da fare. Entrambi possono generare immobilismo. Noi crediamo invece che la comunicazione debba portare a una terza posizione: conoscere il rischio e sapere che possiamo ancora intervenire.
Non possiamo modificare le leggi della fisica. Possiamo però modificare il modo nel quale produciamo e utilizziamo l’energia. Possiamo rendere più efficienti le nostre case e le nostre imprese. Possiamo produrre energia rinnovabile. Possiamo condividerla. Possiamo ridurre gli sprechi. Possiamo costruire comunità locali nelle quali cittadini, imprese e amministrazioni partecipino allo stesso progetto.
Non dobbiamo più discutere soltanto se esiste la malattia. Dobbiamo parlare della cura.
Questa potrebbe diventare una delle nuove sfide dell’Associazione Elettrica Sarda. Accanto alla costruzione delle Comunità Energetiche, dobbiamo costruire consapevolezza. Accanto agli impianti dobbiamo costruire conoscenza. Accanto ai kilowattora dobbiamo mettere informazione, partecipazione e responsabilità. Perché la transizione energetica non sarà realizzata soltanto dalla tecnologia. Avrà bisogno di cittadini che comprendano perché quella trasformazione è necessaria e decidano di parteciparvi. La scienza ci ha consegnato la diagnosi. Adesso dobbiamo occuparci della cura.

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