Fonte: https://spectrum.ieee.org/sardinia-renewable-energy-conflict

Come una profonda diffidenza verso l’esterno mantiene l’isola ancorata al carbone

di Emily Waltz — IEEE Spectrum, 7 maggio 2026

“Perché è qui?”, mi chiede Fabrizio Pilo, ingegnere elettrico, mentre siamo seduti in un caffè all’aperto vicino alla sua casa a Cagliari, antica città dell’isola di Sardegna. È una domanda legittima. Sono una giornalista degli Stati Uniti. Sono appena scesa dall’aereo due ore prima e sono venuta direttamente a questo incontro, con la valigia ancora nel bagagliaio dell’auto a noleggio.

Sono qui per visitare tre nuovi interessanti progetti energetici in fase di sviluppo in Sardegna. Avevo sentito parlare di una forte resistenza pubblica verso le energie rinnovabili e voglio capire perché. Dico a Pilo, prorettore all’innovazione dell’Università di Cagliari, che spero possa offrirmi qualche chiave di lettura prima di iniziare il mio viaggio di reportage attraverso l’isola. La mia risposta sembra soddisfarlo e, con gentilezza, mi concede un’ora del suo tempo.

Non sarà la prima volta che mi verrà chiesto di spiegare la mia presenza sull’isola. In una certa misura me lo aspettavo: dopotutto sono una giornalista straniera che va in giro a fare domande. Ciò che non mi aspettavo, però, era la profondità della diffidenza dei sardi, non solo verso i giornalisti, ma verso qualsiasi soggetto esterno, soprattutto se percepito come portatore di autorità. Negli ultimi anni, gli sviluppatori di progetti eolici e solari, per la maggior parte non sardi, hanno assorbito gran parte di questa diffidenza collettiva, latente ma persistente.

In effetti, la resistenza è così diffusa tra i sardi che, nel corso di appena due mesi del 2024, una petizione popolare contro nuovi impianti eolici e fotovoltaici raccolse oltre 210.000 firme autenticate. Si tratta di un numero enorme per una regione come la Sardegna: più di un quarto della normale partecipazione elettorale dell’isola e un consenso trasversale che attraversava schieramenti politici differenti. Le persone facevano lunghe file nelle piazze per firmare. E quella mobilitazione produsse effetti concreti: la politica reagì rapidamente approvando una moratoria di 18 mesi sulla costruzione di nuovi impianti da fonti rinnovabili.

“Non avevo mai visto una partecipazione simile per nessun’altra causa in Sardegna”, racconta Elisa Sotgiu, sociologa della letteratura all’Università di Oxford, nata e cresciuta sull’isola. “La Sardegna ha enormi problemi: disoccupazione molto alta, forte emigrazione giovanile, mancanza di lavoro. È una delle aree più povere d’Europa. Eppure la questione che porta la gente a manifestare è l’energia rinnovabile.”

E l’opposizione continua ancora oggi. Una rete di sindaci si è mobilitata contro i progetti energetici. Migliaia di persone partecipano regolarmente alle proteste organizzate dai comitati. Alcuni attivisti sono arrivati persino a vandalizzare infrastrutture di rete. Le famiglie tramandano ai figli queste storie di resistenza come motivo di orgoglio identitario. Nel frattempo, molti media locali alimentano il conflitto pubblicando informazioni imprecise, spesso accompagnate da toni allarmistici e narrazioni cariche di paura.

Secondo l’autrice, tuttavia, ridurre tutto a semplici atteggiamenti “NIMBY” sarebbe superficiale e persino sbagliato. La resistenza sarda alle rinnovabili affonda le sue radici in una storia molto più complessa, fatta di invasioni, sfruttamento economico, dipendenza e rapporti difficili con il potere centrale. È una memoria collettiva sedimentata nel tempo, che ha generato un profondo senso di vulnerabilità e sospetto verso ogni iniziativa percepita come imposta dall’esterno. In questo senso, scrive IEEE Spectrum, la resistenza non è un fenomeno episodico: è diventata parte integrante dell’identità culturale sarda.

“It is a very sad situation”, mi dice Fabrizio Pilo. “Esistono molte ragioni economiche per realizzare la transizione energetica.” Secondo il docente dell’Università di Cagliari, una Sardegna più avanzata sul piano energetico potrebbe attrarre nuove imprese ad alta intensità tecnologica, come i data center, creando occupazione qualificata e nuove opportunità economiche. Potrebbe inoltre ridurre la dipendenza dell’isola dall’importazione di combustibili fossili e aumentare la sua autonomia energetica. Una nuova economia legata all’energia potrebbe perfino contribuire a rallentare il declino demografico dell’isola.

Eppure, ciò che accade in Sardegna non è un caso isolato. L’articolo osserva come, in molte parti del mondo, stia crescendo l’opposizione locale contro gli impianti eolici e fotovoltaici. Negli Stati Uniti, entro il 2025, quasi un quarto delle contee aveva introdotto limitazioni o ostacoli allo sviluppo di grandi impianti rinnovabili. In Kenya, la pressione delle comunità locali ha portato alla cancellazione del grande parco eolico di Kinangop. In India, gruppi di allevatori contestano il gigantesco progetto eolico e solare del Ladakh. Anche in Europa, la spinta centralizzata verso le rinnovabili sta generando resistenze territoriali sempre più diffuse.

Le motivazioni variano da territorio a territorio: tutela del paesaggio, conflitti sull’uso del suolo, diffidenza verso il governo centrale, timori economici, perdita di valore immobiliare o semplice rifiuto culturale del cambiamento. Ma tutti questi casi hanno un elemento comune: le comunità che si oppongono sono profondamente motivate e spesso riescono effettivamente a rallentare o bloccare i progetti.

Secondo IEEE Spectrum, questo rappresenta una delle grandi criticità della transizione energetica contemporanea. A differenza delle vecchie centrali a carbone o nucleari, concentrate in pochi grandi siti industriali, le energie rinnovabili sono diffuse sul territorio e finiscono inevitabilmente per coinvolgere molte più comunità locali. La Sardegna rappresenta quindi uno dei casi più emblematici di ciò che può accadere quando sviluppatori energetici e istituzioni sottovalutano la complessità sociale, culturale e storica dei territori nei quali intendono operare.

A prima vista, la Sardegna sembrerebbe il luogo ideale per una grande transizione energetica. L’isola non possiede centrali nucleari, non produce gas naturale e deve progressivamente abbandonare le vecchie centrali a carbone per rispettare gli obiettivi climatici europei. In compenso dispone di abbondante sole e vento, risorse teoricamente sufficienti a coprire ampiamente il fabbisogno energetico della sua popolazione relativamente ridotta, circa un milione e mezzo di abitanti.

Ma se le risorse naturali sembrano pronte per la transizione, la popolazione, scrive l’autrice, non lo è affatto. All’inizio del suo viaggio, la giornalista pensa che la resistenza derivi soprattutto da ragioni paesaggistiche: turbine, pannelli, cemento e infrastrutture potrebbero alterare l’immagine delle spiagge, delle montagne, dei pascoli e dei borghi storici della Sardegna. Tuttavia, andando più a fondo, emerge qualcosa di molto più profondo del semplice impatto visivo.

L’estetica dell’isola — e il turismo che da essa dipende — rappresentano soltanto una parte del problema. Le forze culturali molto più profonde che alimentano questa opposizione affondano nella storia della Sardegna. Nel corso dei secoli, l’isola ha vissuto una lunga successione di invasioni e dominazioni da parte di potenze esterne interessate soprattutto a sfruttarne risorse e posizione strategica. Queste esperienze, insieme alle reazioni di ribellione e resistenza della popolazione locale, sono diventate parte integrante dell’identità sarda e vengono tramandate di generazione in generazione.

Le invasioni iniziarono con gli insediamenti fenici tra il IX e l’VIII secolo a.C., seguiti poi dai Romani, dai Bizantini e dalle dominazioni iberiche, spesso accompagnate da violenza, saccheggi e sfruttamento. Eppure, nella memoria collettiva sarda, sopravvive l’idea che alcune aree interne dell’isola siano riuscite a resistere anche alle più grandi potenze del passato. “Nemmeno l’Impero Romano riuscì a sottomettere completamente i pastori delle montagne”, è uno dei racconti identitari che ancora oggi circolano sull’isola. Che si tratti di realtà storica o di idealizzazione conta relativamente: queste narrazioni continuano a rappresentare una fonte fortissima di orgoglio collettivo.

“La Sardegna è fieramente orgogliosa della propria identità, soprattutto nelle aree interne che storicamente hanno opposto maggiore resistenza”, spiega Andrea Vargiu, sociologo dell’Università di Sassari. “Questa lunga storia di sfruttamento è ancora nel nostro DNA, insieme a un fortissimo senso di autonomia.”

Anche l’unificazione della Sardegna con quello che sarebbe poi diventato il Regno d’Italia viene interpretata da molti come una forma di colonizzazione economica e politica. Secondo diversi studiosi intervistati nell’articolo, nei decenni successivi lo Stato italiano continuò a utilizzare risorse naturali e territorio dell’isola principalmente a vantaggio della penisola. Una percezione che ha contribuito ad alimentare la convinzione diffusa di essere stati storicamente utilizzati più che realmente sviluppati.

In alcuni casi, questa cultura della resistenza assunse perfino forme quasi mitologiche. Le storie del banditismo sardo, delle ribellioni locali e delle lotte contro il potere centrale continuano ancora oggi a occupare uno spazio importante nell’immaginario collettivo dell’isola. Emblematico è il caso di Orgosolo e della protesta di Pratobello del 1969, quando gli abitanti riuscirono a bloccare la realizzazione di un poligono militare su terreni destinati al pascolo comunitario. Da allora il nome “Pratobello” è diventato simbolo della difesa del territorio contro decisioni percepite come imposte dall’esterno.

“Sardegna è sempre stata terra di conquista”, afferma Pasquale Mereu, sindaco di Orgosolo. “Molti di noi credono che ancora oggi l’isola sia trattata come una colonia, e non ho paura di dirlo anche se rappresento un’istituzione.” Su uno dei muri del paese compare ancora una scritta che sintetizza perfettamente questo spirito: “Qui il popolo comanda e il governo obbedisce.”

Girando per l’isola e parlando con le persone, la giornalista percepisce chiaramente quanto il peso della storia continui a influenzare il presente della Sardegna. Le tradizioni popolari vengono custodite con estrema attenzione. Nei piccoli centri dell’interno si organizzano festival identitari molto partecipati, pensati per mantenere vive lingua, cultura e memoria storica. Le antiche torri nuragiche disseminate in tutta l’isola sono diventate simboli di un passato idealizzato di indipendenza e autonomia. Ce ne sono oltre settemila, accuratamente catalogate e protette. Anche questo patrimonio archeologico è oggi parte centrale del dibattito sulle energie rinnovabili.

Ma nelle conversazioni emerge continuamente anche il lato più doloroso della memoria collettiva sarda. Molti abitanti fanno riferimento a episodi avvenuti cinquanta o persino cinquecento anni fa come se appartenessero ancora all’esperienza presente. Una insegnante di scienze di Sant’Antioco, Giannina Serpi, e suo marito Roberto Moro spiegano all’autrice che gran parte della diffidenza attuale verso le nuove infrastrutture energetiche nasce soprattutto dall’esperienza industriale degli anni Settanta.

Fu in quel periodo, infatti, che la Sardegna visse una nuova forma di sfruttamento economico, non più legato agli imperi o agli eserciti, ma alla grande industria pesante. Aziende petrolchimiche, metallurgiche e manifatturiere provenienti dall’esterno costruirono grandi stabilimenti sull’isola promettendo occupazione, sviluppo e modernizzazione. Per alcuni anni sembrò realmente l’inizio di una nuova fase economica. Ma col passare del tempo molte di quelle industrie chiusero o ridussero drasticamente le attività, travolte da crisi energetiche, trasformazioni geopolitiche e problemi ambientali.

A Porto Torres, nel nord dell’isola, gli impianti petrolchimici e la centrale termoelettrica occupavano migliaia di lavoratori negli anni Settanta. Poi arrivarono la crisi petrolifera, il progressivo ridimensionamento industriale e infine la chiusura di gran parte degli stabilimenti. In parallelo emersero problemi di contaminazione ambientale e crescenti preoccupazioni sanitarie. Situazioni simili si verificarono anche nel Sulcis, dove industrie come Alcoa ed Eurallumina garantivano lavoro a migliaia di persone prima di ridurre o interrompere le attività, lasciando dietro di sé crisi occupazionali profonde.

Secondo molti sardi intervistati da IEEE Spectrum, questa esperienza ha lasciato un segno fortissimo nella coscienza collettiva dell’isola. L’idea che grandi soggetti industriali possano arrivare, utilizzare il territorio per una stagione economica e poi andarsene lasciando problemi occupazionali e ambientali continua ad alimentare una diffidenza strutturale verso ogni grande progetto percepito come “esterno”. È una memoria ancora viva, che viene trasmessa anche alle nuove generazioni. “Io insegno questa storia ai miei studenti”, racconta Serpi. “Ma non dico loro cosa devono pensare. Lascio che siano loro a decidere.”

È in questo contesto storico e culturale che, all’inizio degli anni Duemila, gli sviluppatori di energie rinnovabili iniziarono a guardare con crescente interesse alla Sardegna. L’isola offriva tutto ciò che il mercato energetico cercava: ampi spazi disponibili, bassa densità abitativa, forte irraggiamento solare e venti costanti. Le prime iniziative arrivarono rapidamente. Nel 2010 venne realizzato un impianto fotovoltaico da 11 MW e poco dopo Enel Green Power avviò la costruzione di un grande parco eolico a Portoscuso. Negli anni successivi arrivarono molti altri operatori, provenienti soprattutto dalla penisola, dall’Europa e, più recentemente, anche dalla Cina.

Ed è qui che iniziò a diffondersi il concetto di “colonialismo energetico”. Molti sardi cominciarono a percepire le nuove infrastrutture rinnovabili come l’ennesima fase di sfruttamento esterno del territorio. Secondo questa visione, gli impianti avrebbero generato profitti destinati principalmente alle sedi centrali delle aziende sviluppatrici, lasciando all’isola pochi benefici economici duraturi. La maggior parte dell’occupazione, infatti, si concentrava nelle fasi di progettazione e costruzione, mentre la gestione operativa successiva richiedeva personale limitato. In questo clima, i proprietari terrieri che rifiutavano di vendere o concedere terreni ai developer venivano spesso considerati esempi di difesa identitaria del territorio.

Elisa Sotgiu racconta il caso emblematico di suo zio, proprietario di un’azienda agricola nel Logudoro. Alcuni anni fa una società fotovoltaica gli propose un accordo che gli avrebbe garantito circa 150 mila euro l’anno affittando i terreni di famiglia per un impianto solare. Una cifra enorme rispetto ai redditi agricoli tradizionali. Eppure rifiutò. Secondo Sotgiu, la scelta non fu soltanto economica. Per lui, trasformare l’azienda agricola in una semplice rendita derivante da un soggetto esterno significava perdere autonomia e controllo sul proprio futuro. La terra apparteneva alla famiglia da generazioni e uno dei figli voleva continuare l’attività agricola. “Capisco il suo orgoglio nel dire: questa è la mia terra, non mi interessa il denaro”, spiega la sociologa.

Nel frattempo, però, lo sviluppo delle rinnovabili continuava. Nel 2023 il governo italiano autorizzò il Tyrrhenian Link, il nuovo collegamento elettrico sottomarino tra Sardegna, Sicilia e continente. Un’infrastruttura strategica pensata per aumentare la stabilità della rete e favorire una maggiore integrazione delle energie rinnovabili. Ma anche questo progetto venne percepito da molti attivisti come uno strumento destinato principalmente a esportare energia fuori dalla Sardegna piuttosto che a rafforzare l’autonomia energetica dell’isola. Del resto, la Sardegna esporta già circa il 30% dell’energia elettrica che produce verso Corsica e penisola italiana.

La tensione raggiunse il punto massimo nel 2024, quando il governo italiano, per rispettare gli obiettivi europei al 2030, assegnò alla Sardegna una quota significativa del nuovo sviluppo nazionale di eolico e fotovoltaico. Le richieste di connessione alla rete esplosero rapidamente, superando i 50 GW distribuiti in centinaia di progetti. Numeri enormi che, pur essendo in gran parte teorici e destinati fisiologicamente a ridursi durante l’iter autorizzativo, generarono un forte allarme sociale.

I media locali alimentarono ulteriormente la tensione parlando di “assalto eolico” e descrivendo scenari di invasione industriale del territorio. Secondo diversi osservatori intervistati da IEEE Spectrum, la comunicazione pubblica finì per esasperare paure e percezioni molto più dei dati reali. “Si diffuse l’idea che l’isola stesse per essere completamente occupata dagli impianti”, racconta Sotgiu. “Molte persone finirono per crederci davvero.”

Fu così che nacque il movimento “Pratobello 2024”, richiamando esplicitamente la storica protesta del 1969 contro il poligono militare di Orgosolo. Comitati territoriali organizzarono manifestazioni, campagne social e raccolte firme. Migliaia di persone parteciparono alle proteste. Alcuni attivisti arrivarono perfino a sabotare attrezzature elettriche e mezzi di cantiere. La tensione sociale raggiunse livelli molto elevati. Persino Terna, il gestore della rete elettrica nazionale, secondo quanto riportato nell’articolo, avrebbe evitato di utilizzare auto aziendali riconoscibili in alcune aree per timore di atti ostili.

La protesta coinvolse anche personaggi pubblici, artisti e intellettuali. Attrici, musicisti e opinion leader presero posizione contro quella che veniva descritta come una nuova imposizione energetica calata dall’alto. La narrativa dominante era chiara: la Sardegna rischiava ancora una volta di diventare una piattaforma produttiva al servizio di interessi esterni. Secondo molti attivisti, le energie rinnovabili non venivano percepite come uno strumento di emancipazione energetica dell’isola, ma come l’ennesimo modello economico deciso altrove e destinato principalmente a generare valore fuori dalla Sardegna.

Sotto questa pressione sociale, la politica regionale reagì approvando una legge che vietava la costruzione di impianti eolici e fotovoltaici entro sette chilometri dai siti archeologici, in particolare dai nuraghi. Formalmente non si trattava di un divieto assoluto, ma secondo gli esperti l’effetto pratico era quasi equivalente a un blocco totale. Considerando l’enorme quantità di siti archeologici presenti sull’isola, trovare nuove aree utilizzabili sarebbe diventato quasi impossibile.

Il governo nazionale impugnò però la legge davanti alla Corte Costituzionale, sostenendo che i progetti energetici dovessero essere valutati caso per caso e non attraverso un divieto generalizzato. Nel gennaio successivo la Corte diede ragione allo Stato e annullò la norma regionale. Ma il conflitto non si spense. Anzi, la contrapposizione tra comunità locali, istituzioni e sviluppatori energetici continuò ad alimentarsi, anche perché molti sardi percepivano ancora le decisioni energetiche come processi calati dall’alto senza un reale coinvolgimento dei territori.

L’articolo sottolinea però che il futuro energetico della Sardegna non è necessariamente bloccato. Esistono infatti esperienze che sembrano incontrare minore opposizione sociale. Alcune aziende agroalimentari stanno già investendo in autoproduzione energetica e sistemi di efficienza. Alcuni grandi progetti di accumulo energetico vengono sviluppati in aree industriali dismesse senza particolari tensioni. È il caso, ad esempio, delle miniere dismesse del Sulcis, dove nuove iniziative legate allo storage e ai data center vengono percepite in maniera molto diversa rispetto ai grandi impianti diffusi sul territorio agricolo.

Secondo diversi esperti intervistati da IEEE Spectrum, una delle chiavi potrebbe essere proprio questa: favorire modelli energetici più radicati localmente, maggiormente integrati nel tessuto economico sardo e percepiti come strumenti di sviluppo condiviso piuttosto che come imposizioni esterne. Non a caso l’articolo cita anche il crescente sviluppo delle comunità energetiche sull’isola, considerate una forma più partecipativa e territoriale di transizione energetica.

Ed è forse qui che emerge il paradosso più interessante dell’intera vicenda sarda. Le energie rinnovabili, pur essendo tecnologie che possono essere realizzate su scala piccola, media o grande — dal tetto di una famiglia fino ai grandi impianti industriali — vengono spesso percepite come una minaccia esterna. Eppure proprio queste tecnologie consentono, almeno teoricamente, una distribuzione molto più democratica della produzione energetica, permettendo anche a famiglie, aziende agricole, piccole imprese e comunità locali di diventare produttori di energia.

Al contrario, infrastrutture centralizzate e capital intensive come il nuovo metanodotto sembrano generare una resistenza sociale molto più limitata, nonostante l’impatto territoriale, i costi enormi e i dubbi economici sulla sostenibilità futura dell’investimento. Ed è una domanda che probabilmente merita una riflessione più profonda: perché una parte significativa della società sarda si oppone con forza a tecnologie che potrebbero essere possedute e gestite anche localmente, mentre mostra minore ostilità verso infrastrutture energetiche interamente controllate da soggetti esterni al tessuto economico regionale?

La conclusione dell’articolo è molto chiara: la transizione energetica non può essere affrontata soltanto come una questione tecnica o normativa. Gli sviluppatori energetici e le istituzioni, sostiene IEEE Spectrum, devono comprendere la storia, la cultura e la psicologia collettiva dei territori nei quali intendono intervenire. “Quando l’Europa o il governo nazionale fanno una legge”, afferma Simone Micheletti, CEO di Futura Group, “devono considerare anche il retroterra culturale dei sardi e capire perché esiste tutta questa paura. Non si possono applicare le stesse regole alla Svezia e alla Sicilia senza comprendere le differenze locali.”

 

 

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