L’Associazione Elettrica Sarda è nata nell’anno 2022 e tra i suoi obiettivi annovera quello di arrivare allo spegnimento delle centrali a carbone entro il 2030. Questo obiettivo non è velleitario e si basa essenzialmente su autorevoli studi scientifici che riconoscono la Sardegna come uno dei luoghi ideali per il raggiungimento della piena indipendenza energetica in pochi anni, grazie alla coesistenza ottimale di diversi fattori quali la richiesta potenziale di energia e disponibilità di vento, sole e spazio per lo sviluppo di soluzioni FER.
A dispetto degli scettici, attualmente la Sardegna è disseminata di progetti altamente avanzati in questa direzione ed anche fortemente diversificati. Basti pensare al progetto di accumulo gravitazionale avviato nelle miniere del sulcis iglesiente, ai programmi di fer, idrogeno e ammoniaca verde, alla realizzazione di centrali ad idrogeno a servizio delle infrastrutture ferroviarie, al Tyrrhenian Link di TERNA, che collegherà Sicilia e Sardegna alla penisola italiana o alla prima CO2 battery su larga scala sviluppata a Ottana (NU) da energy Dome.
A questo obiettivo è dedicato anche il piano regionale della RAS, oltre a molte iniziative e studi, quale quelli del dipartimento di Ingegneria Elettrica dell’Università di Cagliari.
Contemporaneamente ogni anno cresce il numero di produttori privati di energia rinnovabile con impianti FER che vanno dai 3 kWp delle famiglie che hanno fruito del reddito energetico sino al singolo MW che può entrare all’interno di una Comunità Energetica Rinnovabile, sino ad arrivare agli impianti da decine di MW di proprietà di medie e grandi aziende. Questa generazione diffusa nel territorio, contrariamente alle grandi centrali elettriche a carbone, controllate da grandi gruppi internazionali, rappresentano nei fatti uno strumento di forte decentramento e democratizzazione dell’asset energia, voce principale di spesa per cittadini ed aziende, contribuendo al risparmio in bolletta in caso di autoconsumo fisico e ad una tendenziale diminuzione del PUN nelle bollette (questo punto peraltro meriterebbe un approfondimento specifico per svegliare dal sonno i governi degli ultimi cinque anni).
La nostra impressione è dunque che la transizione energetica sia in pieno svolgimento e sia irreversibile e che sia necessario capire se la nuova infrastruttura del gas in Sardegna non nasca ormai fuori tempo massimo rischiando di apportare più problemi che benefici.
Di recente è apparsa una polemica pubblicazione sul tema da parte di ReCommon, della quale non condivido il taglio ideologico, ma che ha però indubbiamente il merito di sollevare la questione che pare inspiegabilmente sotto traccia rispetto all’impatto che sicuramente la realizzazione di una grossa infrastruttura del GAS avrà per tutti i sardi e non solo.
Le conclusioni dell’articolo sono perentorie: “La centrale di Fiume Santo, simbolo di un passato industriale che ha già presentato un conto altissimo in termini di salute e ambiente, non può e non deve essere riconvertita a gas. Questa scelta, presentata come “transizione”, non è altro che un prolungamento dell’era fossile, che perpetua la dipendenza da un combustibile sporco e costoso. Invece di liberare la Sardegna dal peso del carbone, il nuovo piano energetico la inchioda a un futuro fatto di nuove infrastrutture fossili, di soldi pubblici spesi per mantenere in vita un modello di sviluppo insostenibile e di nuove forme di vulnerabilità economica e ambientale. Dietro la promessa di “sicurezza energetica” si cela una gigantesca operazione di rendita per attori come Snam ed EPH, che continuano a drenare risorse pubbliche mentre i territori restano inquinati e le bonifiche ferme. E il paradosso è ancora più profondo: la Sardegna, ultima regione italiana senza una rete del gas, avrebbe potuto usare questa condizione come punto di forza per costruire un modello energetico nuovo, autonomo e decentrato“. Più avanti l’articolo conclude affermando che “La riconversione di Fiume Santo a gas e la costruzione dei terminal GNL di Snam e delle altre infrastrutture significherebbe solo sostituire un combustibile fossile con un altro, continuando a dipendere da un mercato dominato da oligarchi e leader autoritari come Donald Trump, che fa del gas una leva geopolitica ed economica, allontanando sempre di più la possibilità di costruire un modello energetico più pulito, giusto e democratico“.
Al di là dei toni e delle affermazioni che si trovano più avanti, è davvero difficile non riconoscere la correttezza di questo assunto di partenza.
In un precedente articolo avevo già messo in evidenza come in effetti sia strano che i sardi abbiano mostrato un’attenzione particolare agli investimenti sulle rinnovabili finendo di fatto per contrastarle ferocemente, senza nemmeno distinguere tra i diversi interventi e facendo invece di tutta un’erba un fascio, e non stiano invece sentendo alcuna necessità di interrogarsi sulla opportunità di realizzare una grossa infrastruttura del gas in Sardegna. Il che è esattamente l’opposto di quanto l’Associazione Elettrica Sarda auspica, perchè la transizione energetica passa attraverso i concetti di consapevolezza e responsabilità.
La nuova infrastruttura dovrebbe partire dalla zona del Porto di Oristano ed arrivare sino all’iglesiente e quando parliamo di Porto di Oristano non possiamo dimenticare la levata di scudi di parte della stampa regionale e dei comitati contro il programma di realizzazione di un hub di livello internazionale per la costruzione di pale eoliche, la stessa stampa e gli stessi comitati (con le dovute eccezioni) che stranamente tacciono sul tema del gas e sul cui silenzio mi sono già posto interrogativi sociologici.
L’Associazione Elettrica Sarda, strumento concreto di accelerazione della transizione energetica con un modello considerato ormai di rilevanza nazionale, intende approfondire questo tema in modo non ideologico, ma con l’obiettivo di contribuire a costruire un percorso di transizione energetica coerente che miri effettivamente al perseguimento dell’indipendenza energetica dei territori interessati dalle FER ed in questo caso della Sardegna, indipendenza che temiamo possa essere rallentata dall’infrastruttura di distribuzione del gas prevista dagli attuali programmi.
Sgombriamo il campo da qualsiasi equivoco: non siamo nemici del gas. Ben vengano le infrastrutture cittadine di distribuzione che magari un giorno potranno essere convertite con un mix di idrogeno, ma qua parliamo di ben altro.
Intanto, sempre con l’inspiegabile silenzio di gran parte dei comitati, sono inziate le procedure di esproprio dei terreni interessati dalla posa in opera delle tubazioni destinate al trasporto del gas.
A questo proposito una parte di comitati ed associazioni che si sono dichiarati contro la metanizzazione della Sardegna, quali No Gasdotto Sardegna, Comitadu de Turres, Comitato Nuraxino a difesa del territorio, Comitato S’arrieddu per Narbolia, Confederazione Sindacale Sarda, Global Sumud Sardigna, Italia Nostra Sardegna, Movimento Antifascista Oristanese e Sardegna Chiama Sardegna, hanno divulgato un comunicato del quale riporto solo il cappello.
“Nel silenzio della stampa un progetto pericoloso, inquinante e fuori da ogni logica economica viene imposto in 30 giorni, a spese delle comunità locali e dei proprietari ignari
Con avviso pubblico del 15 maggio 2026, Enura S.p.a., società diretta e coordinata da Snam, ha dato avvio alle procedure di esproprio legate al gasdotto che attraverserà il Centro-Sud Sardegna: 304 km di gasdotti, di cui 162 km di rete nazionale e 142 km di rete regionale, che attraverseranno il Campidano dall’oristanese sino a Cagliari, con una diramazione che arriva sino a Iglesias e Carbonia. Questo tratto, che ha superato la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) già nel 2020, è però inserito all’interno di un più ampio progetto di metanizzazione dell’isola che non è ancora stato approvato nella sua interezza. Lo stesso rigassificatore previsto nel porto industriale di Oristano, che dovrebbe fornire il metano che attraverserà il gasdotto, è attualmente ancora soggetto a procedura di VIA. Ci sono fondati motivi di natura ambientale, economica e sanitaria per cui il rigassificatore proposto per Oristano dovrebbe essere rigettato. Senza il rigassificatore del porto di Oristano, però, l’intero gasdotto non avrebbe alcun senso di esistere”.
Ancora una volta sottolineo che non mi riconosco nelle posizioni che rischiano di gettare il bambino con l’acqua sporca e non concordo con comitati ed associazioni che finiscono per opporsi a qualsiasi innovazione riguardi la Sardegna, ma non posso nascondere che essi sollevino questioni fondate e che nel caso del gas rimangono tre grossi interrogatvi ai quali l’associazione sta cercando di dare risposta: 1) la Sardegna e i sardi hanno davvero necessità della metanizzazione? 2) perchè rispetto a quest’opera così costosa ed impattante i sardi non mostrano alcun interesse o avversione? 3) una rete del gas rende le aziende ed i cittadini più o meno energeticamente indipendenti?
A presto metteremo in campo inziative pubbliche per dibattere con pacatezza su questi temi.

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