La serie di approfondimenti dedicata all’UPEC 2026 di Cagliari ci ha portato a due questioni centrali. Monika Bucha ci chiede come trasformare i territori da semplici luoghi nei quali installare gli impianti a soggetti che partecipano realmente ai benefici della transizione energetica. Eleonora Riva Sanseverino ci mostra invece una rete sempre più distribuita e cyber-fisica, nella quale produttori, consumatori, accumuli e sistemi digitali dovranno interagire per garantire equilibrio, flessibilità e sicurezza. Il punto d’incontro tra queste due visioni può essere rappresentato dalle Comunità Energetiche Rinnovabili. Ma perché possano svolgere pienamente questa funzione dobbiamo affrontare un problema più grande: il mercato elettrico è stato costruito per un sistema energetico profondamente diverso da quello che stiamo realizzando.
Le CER non possono fermarsi all’incentivo
Oggi le CER vengono associate soprattutto alla condivisione virtuale dell’energia e alla tariffa incentivante del GSE. È stata una fase necessaria, ma non può essere quella definitiva. Una Comunità Energetica riunisce produttori, consumatori, imprese, enti pubblici, prosumer e, progressivamente, accumuli e carichi flessibili. Può quindi organizzare contemporaneamente domanda e offerta di energia. La crescita del fotovoltaico rende evidente un paradosso. Nelle ore di forte produzione rinnovabile l’energia all’ingrosso può valere pochissimo, arrivando in alcune condizioni a prezzi nulli o negativi. Poche ore dopo, quando il sole tramonta, il sistema può avere bisogno di energia costosa e di maggiori risorse di bilanciamento. La risposta si concentra su accumuli, reti, modulazione della produzione e servizi di dispacciamento. Sono indispensabili, ma manca ancora un protagonista fondamentale: la flessibilità della domanda.
Se l’energia abbonda, diciamolo al consumatore
Se alle 13 abbiamo un eccesso di produzione fotovoltaica, perché quel segnale economico non deve arrivare direttamente a cittadini e imprese? Auto elettriche, pompe di calore, boiler, refrigerazione, processi industriali flessibili e batterie potrebbero aumentare automaticamente i consumi nelle ore di abbondanza. Non significa incentivare lo spreco. Significa remunerare lo spostamento del consumo verso il momento in cui è utile al sistema. Migliaia di piccoli comportamenti aggregati possono diventare una grande risorsa. Il TIDE ha ormai riconosciuto anche la domanda come risorsa di flessibilità. Il problema è trasformare questa possibilità regolatoria in uno strumento realmente accessibile a milioni di consumatori, PMI, aggregatori e Comunità Energetiche.
Il prezzo deve diventare un vero segnale
Un mercato funziona quando il prezzo trasmette informazioni. Se in una determinata ora e zona l’energia abbonda, il prezzo dovrebbe incentivare qualcuno a consumarla o accumularla. Se è scarsa, dovrebbe favorire la riduzione o il rinvio dei consumi flessibili.
Quando costituimmo l’Associazione Elettrica Sarda parlammo provocatoriamente di un “prezzo unico locale”. Oggi quell’intuizione appare molto meno lontana. Non significa creare mercati chiusi dentro le cabine primarie o ignorare rete, perdite, oneri e bilanciamento. Significa riconoscere che un kWh prodotto vicino a un consumo, quando quel consumo esiste, può avere per il sistema un valore diverso da un kWh prodotto dove e quando nessuno riesce ad utilizzarlo.
Le CER possono essere uno degli strumenti attraverso i quali rendere visibile questo valore.
Il paradosso sardo
Dietro la mia azienda una grande multinazionale ha realizzato un impianto fotovoltaico di circa 15 MW. L’energia viene ceduta attraverso un meccanismo che riconosce al produttore poco più di 6 centesimi/kWh. A poche centinaia di metri operano aziende che acquistano energia dalla rete a prezzi enormemente superiori e poco distante esiste un paese nel quale famiglie e attività economiche sostengono costi finali che possono essere molte volte superiori.
Le aziende della stessa zona industriale, non potendo semplicemente acquistare quell’energia locale alle condizioni che produttore e consumatore potrebbero negoziare, vengono spinte a realizzare ciascuna il proprio impianto. Il risultato rischia di essere paradossale: più impianti, più produzione simultanea, più eccedenze nelle stesse ore e maggiori esigenze di rete e bilanciamento.
E allora, anche davanti alle accuse di “speculazione energetica”, dovremmo porci una domanda diversa. Se un investitore realizza 15 MW e vende l’energia a circa 6 centesimi, perché quell’energia a basso costo non può generare un vantaggio diretto per le imprese e il territorio circostante?
Qui ritroviamo i concerti della dicente universitaria berlinese Monika Bucha: il vero benefit-sharing non dovrebbe essere soltanto compensare il territorio, ma permettergli di diventare consumatore, accumulatore e beneficiario dell’energia prodotta localmente.
Incentivi: dalla produzione alla produzione utile
Gli incentivi sono stati fondamentali per sviluppare le rinnovabili. Ma con tecnologie ormai mature dobbiamo chiederci se sia ancora efficiente concentrare risorse sulla semplice produzione, indipendentemente dalla contemporaneità dei consumi. Una quota crescente delle risorse dovrebbe premiare produzione utile, autoconsumo, accumulo, flessibilità e risposta della domanda. Il problema del futuro non sarà soltanto produrre abbastanza energia rinnovabile, ma utilizzarla nel momento e nel luogo giusto.
Dalla CER incentivata alla CER che governa l’energia
Immaginiamo una CER con mille famiglie, cento imprese, edifici pubblici, fotovoltaico, batterie, pompe di calore e veicoli elettrici. Un sistema digitale può prevedere produzione e consumi e comunicare ai membri: domani dalle 12 alle 15 l’energia sarà abbondante; consumare in quella fascia ha maggiore valore per la comunità e per il sistema.
Le batterie e le automobili si caricano, alcuni processi industriali vengono anticipati, i sistemi termici accumulano energia. La domanda cresce proprio mentre aumenta la produzione fotovoltaica.
A quel punto la CER non sta più semplicemente distribuendo un incentivo. Sta governando energia.
È qui che ritroviamo Sanseverino: dati, previsione, intelligenza artificiale, accumuli, domanda flessibile e rete diventano componenti dello stesso sistema. Possiamo immaginare un’evoluzione molto chiara: CER 1.0, condivisione dell’energia e incentivo; CER 2.0, coordinamento di produzione, consumo e accumulo; CER 3.0, aggregazione della flessibilità e partecipazione ai servizi di rete; CER 4.0, piattaforma energetica territoriale capace di favorire l’incontro economico tra produttori e consumatori nel rispetto della sicurezza del sistema.
Servono regole nuove per un sistema nuovo
Liberalizzare maggiormente il mercato non significa deregulation. Produzione e consumo devono essere bilanciati continuamente e Terna e distributori devono continuare a garantire la sicurezza del sistema. Ma smart meter, misure granulari, aggregatori, algoritmi, automazione e CER consentono oggi qualcosa che vent’anni fa era molto più difficile: liberalizzare maggiormente le relazioni economiche mantenendo rigorosa la gestione tecnica della rete.
Non chiediamo meno regole. Chiediamo regole nuove per un sistema nuovo. Ed è qui che emerge una contraddizione sempre più difficile da ignorare: il sistema lamenta crescenti esigenze di bilanciamento e congestioni mentre, nelle stesse ore, il produttore può ricevere pochissimo per l’energia immessa e il consumatore finale continua a pagarla a prezzi molto superiori. Il segnale di abbondanza non arriva efficacemente alla domanda.
Prima di limitare un kWh rinnovabile, rendiamo conveniente consumarlo
Questa può essere la sintesi della proposta: prima di limitare un kWh rinnovabile perché viene prodotto nel momento “sbagliato”, rendiamo conveniente consumarlo nel momento giusto. Prima di costruire soltanto nuovi accumuli (ancora assolutamente insufficienti) utilizziamo anche la flessibilità già disponibile in veicoli elettrici, sistemi termici, refrigerazione e processi produttivi. Prima di considerare la domanda come un dato immutabile, trasformiamola in una risorsa. Prima di separare artificialmente produttore e consumatore, permettiamo loro di incontrarsi molto più liberamente. Monika Bucha ci dice che la transizione deve appartenere maggiormente ai territori. La docente di UNIPA Eleonora Riva Sanseverino ci mostra che la nuova rete avrà bisogno di risorse distribuite, coordinate, intelligenti e flessibili. Le Comunità Energetiche possono essere il ponte tra queste due esigenze.
Per questo dobbiamo smettere di considerarle soltanto strumenti per distribuire un incentivo. Possono diventare infrastrutture economiche e organizzative del nuovo mercato elettrico.
La tecnologia ormai ce lo consente. Il TIDE ha iniziato ad aprire il mercato alla domanda e alla flessibilità. Le CER ci forniscono una struttura territoriale capace di aggregare migliaia di soggetti. Ora deve evolvere il mercato. La rivoluzione energetica non sarà completata quando avremo installato abbastanza pannelli fotovoltaici. Sarà completata quando chi produce energia e chi può utilizzarla nel momento e nel luogo giusto potranno finalmente incontrarsi.
Gavino Guiso – Presidente dell’Associazione Elettrica Sarda – 69 Comunità Energetiche – circa 15 MWp installati ed inseriti in Comunità.

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