UPEC 2026: la transizione energetica entra nella sua seconda fase

La 61ª International Universities Power Engineering Conference – UPEC 2026, svoltasi a Cagliari, ci ha offerto nelle ultime settimane l’occasione per approfondire alcuni dei temi che probabilmente determineranno l’evoluzione del sistema energetico nei prossimi anni. Abbiamo scelto di farlo attraverso una serie di articoli, partendo in particolare da due relazioni presentate durante la conferenza: quella di Monika Bucha, del Kelso Institute Europe, dedicata alla condivisione dei benefici e all’accettazione dei grandi progetti rinnovabili, e quella della prof.ssa Eleonora Riva Sanseverino, dell’Università di Palermo, dedicata alla rete elettrica come sistema cyber-fisico e agli impatti dell’intelligenza artificiale generativa. Due argomenti apparentemente molto diversi.
Da una parte territori, consenso, partecipazione e distribuzione del valore. Dall’altra reti elettriche, cybersecurity, intelligenza artificiale, Digital Twin e resilienza. Ma, articolo dopo articolo, è emerso qualcosa di interessante: questi due percorsi parlano in realtà della stessa transizione energetica. Una transizione che sta entrando in una fase nuova.

La prima transizione è stata tecnologica

Per molti anni abbiamo identificato la transizione energetica soprattutto con una trasformazione delle tecnologie di produzione.
Sostituire progressivamente carbone, petrolio e gas con fotovoltaico, eolico e altre fonti rinnovabili.
Era inevitabilmente il primo passaggio.
Dovevamo imparare a produrre energia senza combustibili fossili, ridurre i costi delle tecnologie, aumentarne l’efficienza e costruire una filiera industriale capace di installarle su larga scala.
Questa trasformazione è ancora in corso, ma ormai sappiamo che installare impianti non basta.
Il problema si è spostato.
Dobbiamo decidere dove realizzarli, come integrarli nella rete, come distribuire i benefici, come coinvolgere i territori, come utilizzare l’energia quando viene prodotta, come accumularla, come gestire milioni di risorse distribuite e come proteggere un sistema elettrico sempre più digitale.
È questa la seconda fase della transizione energetica.

La prima lezione: il territorio non può essere uno spettatore

La relazione di Monika Bucha partiva da una domanda volutamente provocatoria:
possiamo “comprare” l’accettazione locale delle infrastrutture rinnovabili?
La ricerca presentata all’UPEC, basata sull’analisi di numerosi studi quantitativi e delle esperienze normative europee, mostra che la condivisione dei benefici economici può migliorare l’accettazione dei progetti.
Ma mostra anche qualcosa di ancora più importante: il denaro da solo non basta.
Localizzazione degli impianti, distanza dalle comunità, percezione dell’equità e partecipazione alle decisioni continuano ad avere un peso determinante.
È da qui che abbiamo sviluppato una prima riflessione.
La questione non può essere semplicemente:
quanto dobbiamo riconoscere a un territorio perché accetti un impianto?
La domanda dovrebbe diventare:
come facciamo in modo che quel territorio partecipi alla trasformazione energetica e al valore che essa produce?

Dal benefit-sharing alla partecipazione

L’Europa sta già sperimentando numerose forme di benefit-sharing.
Pagamenti alle comunità, fondi territoriali, partecipazioni finanziarie, strumenti collegati ai ricavi degli impianti.
La ricerca presentata da Bucha mostra che meccanismi economicamente vincolanti sono già presenti in numerosi Paesi e regioni europee.
Ma dai nostri approfondimenti è emerso un passaggio ulteriore.
Non tutti i benefici hanno lo stesso significato.
Un pagamento individuale è diverso dalla costruzione di un’infrastruttura che rimane alla comunità.
Una compensazione temporanea è diversa dalla partecipazione alla proprietà.
Un contributo economico è diverso dalla possibilità di produrre, condividere e utilizzare localmente una parte dell’energia.
Da qui nasce una delle idee che abbiamo cercato di sviluppare attraverso questi articoli:
passare dalla compensazione alla partecipazione.

Il consenso nasce anche dalla progettazione

La parte conclusiva della relazione di Bucha introduceva un altro concetto particolarmente interessante: il co-siting.
Non decidere prima dove costruire un’infrastruttura e cercare successivamente di convincere il territorio.
Coinvolgere invece maggiormente le comunità anche nella scelta delle localizzazioni.
Il territorio entra così nel progetto prima che le principali decisioni siano state prese.
È una differenza sostanziale.
Perché una comunità coinvolta soltanto alla fine può percepirsi come destinataria di una decisione.
Una comunità coinvolta dall’inizio può diventare parte del progetto.

Poi abbiamo guardato la transizione dall’altra parte: la rete

Con la relazione della prof.ssa Eleonora Riva Sanseverino abbiamo cambiato apparentemente argomento.
Ma non abbiamo cambiato problema.
Perché mentre milioni di nuovi impianti rinnovabili entrano nel sistema elettrico, cambia inevitabilmente anche la rete che deve accoglierli.
La rete tradizionale era stata costruita prevalentemente per portare energia da un numero relativamente limitato di grandi centrali verso milioni di consumatori.
La rete che stiamo costruendo funziona diversamente.
Milioni di soggetti possono contemporaneamente consumare, produrre, accumulare e scambiare energia.
Fotovoltaico distribuito, batterie, veicoli elettrici, pompe di calore, smart meter e dispositivi IoT stanno trasformando il consumatore in un soggetto attivo.
E soprattutto la rete non è più soltanto elettrica.
È diventata cyber-fisica.

Una rete fatta di elettricità, dati e decisioni

Sanseverino rappresenta il nuovo sistema attraverso diversi livelli interconnessi. La rete fisica: linee, trasformatori, cabine. Il livello operativo: PLC, RTU, SCADA. Il livello informatico: reti, EMS, cloud.
Infine dati e intelligenza artificiale: previsione, ottimizzazione, machine learning.
Digitale e fisico diventano inseparabili e questo aumenta enormemente le capacità del sistema. Possiamo prevedere la produzione fotovoltaica. Possiamo anticipare i consumi. Possiamo coordinare gli accumuli.
Possiamo individuare anomalie. Possiamo gestire milioni di risorse distribuite. Ma contemporaneamente aumenta la superficie di vulnerabilità. Un problema informatico può produrre conseguenze fisiche e un problema fisico può compromettere comunicazioni e sistemi digitali.

Ed è qui che i due percorsi cominciano a incontrarsi

Se milioni di cittadini, imprese ed enti locali diventano produttori e consumatori attivi, il territorio non è più soltanto il luogo nel quale vengono installati gli impianti. Diventa una componente del sistema elettrico.
È qui che le Comunità Energetiche Rinnovabili assumono un significato che potrebbe andare progressivamente oltre l’attuale incentivo per l’energia condivisa. Una CER organizza produttori, consumatori, imprese, amministrazioni e progressivamente sistemi di accumulo all’interno dello stesso territorio. Oggi condivide virtualmente energia. Domani potrebbe coordinare produzione e consumo.
Successivamente potrebbe aggregare flessibilità e contribuire, secondo le regole che verranno definite, ai servizi necessari alla rete. Abbiamo sintetizzato questa possibile evoluzione in tre passaggi:
prima generazione: condividere energia; seconda generazione: gestire produzione, consumo e accumulo; terza generazione: fornire flessibilità e servizi alla rete.

L’intelligenza artificiale accelera ancora la trasformazione

Dentro questo sistema entra ora l’intelligenza artificiale. Può aiutare a prevedere domanda e produzione, individuare anomalie, assistere gli operatori e analizzare enormi quantità di informazioni.
Ma può essere utilizzata anche dagli attaccanti può essa stessa diventare una nuova superficie di vulnerabilità. Prompt injection, manipolazione dei dati, dipendenza dalle API, alterazione delle informazioni utilizzate dai sistemi decisionali: la sicurezza della rete del futuro dipenderà anche dall’integrità del livello digitale che la governa.
Per questo la cybersecurity non può più essere considerata qualcosa di separato dall’ingegneria elettrica.

Dal reagire al prevedere

Uno dei passaggi più affascinanti della relazione di Sanseverino riguarda i Digital Twin.
Possiamo costruire una rappresentazione digitale dell’infrastruttura e utilizzarla per simulare eventi prima che accadano realmente. Un guasto. Un’ondata di calore. Una perdita delle telecomunicazioni.
Un attacco informatico. Una congestione. Oppure più eventi contemporaneamente. L’intelligenza artificiale può aiutare a individuare tra milioni di combinazioni gli scenari plausibili che meritano di essere simulati. Il modello fisico può poi verificarne le conseguenze. E possiamo arrivare a misurare non soltanto il guasto tecnico, ma gli effetti sulla capacità di trasferimento dell’energia, sulle congestioni, sul mercato e sulla sicurezza dell’approvvigionamento.
Il principio diventa:
prima simulare, poi decidere.

E se costruissimo anche un gemello digitale energetico dei territori?

È una riflessione che abbiamo aggiunto come Associazione Elettrica Sarda.
Immaginiamo di conoscere progressivamente produzione, consumi, accumuli, mobilità elettrica e risorse flessibili presenti in un territorio. Potremmo simulare l’effetto di nuovi impianti. Capire dove potrebbe essere più utile un accumulo. Prevedere la quantità di energia consumabile localmente. Studiare lo spostamento dei carichi. Misurare il contributo potenziale delle Comunità Energetiche. Non sarebbe soltanto un Digital Twin della rete. Potrebbe diventare progressivamente un Digital Twin energetico del territorio.

Ma una rete intelligente deve essere anche resiliente

Più digitalizziamo il sistema, più dobbiamo preoccuparci della sua capacità di continuare a funzionare quando qualcosa va storto. Ed è qui che arriviamo all’ultimo grande tema emerso dal percorso UPEC: la resilienza. Non significa pensare di poter impedire qualsiasi guasto, attacco o evento estremo.
Significa costruire sistemi capaci di resistere, adattarsi, recuperare e continuare a garantire i servizi essenziali. Per questo l’Europa sta progressivamente costruendo un quadro che mette insieme resilienza delle entità critiche, cybersecurity, sicurezza dei prodotti digitali e gestione dei rischi dell’intelligenza artificiale. La sicurezza non viene più aggiunta alla fine. Diventa security by design e resilience by design.

Emerge così un nuovo significato di indipendenza energetica

Alla fine di questo percorso torniamo inevitabilmente al tema che ha dato il nome alla nostra esperienza: indipendenza energetica. Per molto tempo indipendenza energetica ha significato soprattutto ridurre la quantità di combustibili fossili importati. Oggi il concetto diventa più ampio. Significa certamente produrre energia rinnovabile. Ma significa anche possedere una parte delle infrastrutture. Condividere il valore prodotto. Avere territori capaci di partecipare alle decisioni. Disporre di accumuli e flessibilità.
Controllare dati e sistemi digitali. Ridurre le dipendenze tecnologiche. Costruire infrastrutture capaci di resistere agli eventi estremi. L’indipendenza energetica diventa quindi contemporaneamente energetica, economica, territoriale, tecnologica e digitale.

La Sardegna può essere un laboratorio

È probabilmente questa la riflessione più importante che portiamo a casa dall’UPEC 2026.
La Sardegna viene spesso descritta attraverso i suoi limiti energetici: insularità, rete relativamente debole, difficoltà di interconnessione, conflitti sulla localizzazione degli impianti.
Ma quelle stesse caratteristiche possono trasformarla in un luogo nel quale sperimentare un modello diverso. Una grande disponibilità di sole e vento. Una popolazione relativamente contenuta. Comunità territoriali riconoscibili. Una crescente diffusione della produzione distribuita. Comunità Energetiche già operative. Università e centri di ricerca. Accumuli e nuovi strumenti digitali. Tutti gli elementi necessari per provare a costruire non semplicemente più impianti, ma un sistema energetico differente.

La seconda fase della transizione

Se dovessimo sintetizzare in una sola idea il percorso compiuto attraverso questi articoli dedicati all’UPEC 2026, probabilmente sarebbe questa: la prima fase della transizione energetica ci ha insegnato a produrre energia rinnovabile. La seconda dovrà insegnarci a governarla.
Governare significa scegliere dove produrla. Decidere come distribuire il valore. Coinvolgere le comunità.
Accumularla. Spostare i consumi. Coordinare milioni di risorse. Proteggere dati e infrastrutture. Prevedere i rischi. Costruire resilienza. E soprattutto significa comprendere che territorio e tecnologia non sono due problemi separati. Le relazioni di Monika Bucha ed Eleonora Riva Sanseverino, pur partendo da prospettive molto differenti, finiscono per portarci nello stesso punto.
La transizione energetica avrà successo se riusciremo contemporaneamente a costruire tecnologie che funzionano e comunità che partecipano. Perché il sistema energetico del futuro non sarà realmente sostenibile soltanto perché produrrà energia rinnovabile. Lo sarà se quell’energia riuscirà a generare valore per i territori, partecipazione per le comunità, sicurezza per la rete e maggiore autonomia per chi la produce e la utilizza. Ed è forse questa la sfida più interessante che l’UPEC 2026 lascia alla Sardegna: non limitarsi a ospitare la transizione energetica, ma provare a diventarne uno dei laboratori.

Articolo conclusivo della serie di approfondimenti dell’Associazione Elettrica Sarda dedicata alla 61ª International Universities Power Engineering Conference – UPEC 2026 di Cagliari, sviluppata a partire in particolare dalle relazioni di Monika Bucha (Kelso Institute Europe) ed Eleonora Riva Sanseverino (Università degli Studi di Palermo).

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