Se vogliamo che la transizione energetica sia realmente condivisa dai territori, non basta chiedersi quanto valore economico restituire alle comunità locali. È altrettanto importante capire come questo valore debba essere distribuito.
È uno degli aspetti più interessanti emersi dalla relazione di Monika Bucha, del Kelso Institute Europe di Berlino, presentata alla UPEC 2026 di Cagliari e dedicata al benefit-sharing nei grandi progetti di energia rinnovabile.
La ricerca illustrata da Bucha distingue infatti diversi modi attraverso i quali un progetto energetico può produrre benefici per il territorio. E i risultati mostrano qualcosa che merita particolare attenzione: non tutte le forme di partecipazione economica producono lo stesso effetto sull’accettazione delle infrastrutture rinnovabili.
Compensazione o partecipazione?
La prima distinzione riguarda due grandi modelli. Da una parte abbiamo la partecipazione passiva, nella quale una comunità riceve un beneficio economico collegato alla presenza dell’impianto. Dall’altra abbiamo forme di partecipazione finanziaria attiva, attraverso le quali cittadini, imprese o soggetti locali possono investire direttamente nel progetto o acquisirne quote.
La presentazione distingue inoltre questi meccanismi dalle forme ordinarie attraverso cui un’infrastruttura genera valore sul territorio: pagamenti fiscali, canoni ai proprietari dei terreni, occupazione locale e altre ricadute economiche.
La distinzione è importante perché introduce un concetto fondamentale: produrre energia in un territorio e condividere il valore prodotto con quel territorio non sono necessariamente la stessa cosa.
Un risultato apparentemente sorprendente
La revisione di circa 40 studi quantitativi presentata da Bucha arriva a risultati particolarmente interessanti. Le forme di partecipazione passiva risultano generalmente più efficaci, ai fini dell’accettazione, rispetto alla partecipazione attiva. Ma emerge soprattutto un secondo elemento: i benefici collettivi vengono preferiti più frequentemente rispetto ai benefici individuali. E risultano più efficaci anche i benefici con una destinazione chiaramente identificabile rispetto a quelli non specificamente destinati.
Questo dato può sembrare controintuitivo. Potremmo pensare che il modo migliore per ottenere consenso sia riconoscere direttamente del denaro al singolo cittadino. La ricerca suggerisce invece che una comunità può percepire più positivamente un progetto quando il beneficio diventa patrimonio del territorio.
Non soltanto “quanto”, ma “per cosa”
Questo cambia profondamente il modo di concepire le compensazioni. Una somma genericamente trasferita a un’amministrazione o distribuita senza una finalità chiaramente riconoscibile rischia di avere un impatto sociale limitato. Diverso è il caso di un beneficio che i cittadini riescono a collegare concretamente alla presenza dell’impianto.
Risorse destinate alla comunità, servizi, infrastrutture, iniziative sociali o altri interventi territoriali rendono visibile il rapporto tra produzione energetica e vantaggio collettivo.
Ed è significativo che, nella parte della relazione dedicata a come migliorare questi strumenti, Bucha richiami espressamente la necessità di monitorare che i pagamenti vengano effettivamente effettuati e rendicontare come le somme ricevute siano state utilizzate.
La trasparenza diventa quindi parte del benefit-sharing.
La posizione dell’Associazione Elettrica Sarda
Come Associazione Elettrica Sarda riteniamo che questi risultati siano particolarmente importanti per la Sardegna. La nostra Isola è chiamata a partecipare in maniera significativa alla trasformazione del sistema energetico nazionale. Ma proprio per questo occorre evitare un modello nel quale il territorio mette a disposizione sole, vento, superfici e infrastrutture mentre il valore economico generato segue prevalentemente altre direzioni.
Il punto non è essere favorevoli o contrari alle energie rinnovabili. Il punto è decidere quale modello di sviluppo delle energie rinnovabili vogliamo costruire.
Ed è qui che il concetto di beneficio collettivo assume un significato ancora più ampio.
Dalla compensazione alla condivisione dell’energia
A nostro avviso esiste infatti una forma di benefit-sharing ancora più interessante: fare in modo che una parte del valore dell’energia prodotta rimanga strutturalmente collegata alla comunità che ospita gli impianti.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano già un primo strumento in questa direzione. Non perché possano sostituire ogni altro meccanismo di compensazione o partecipazione, ma perché introducono un principio differente: il cittadino e il territorio non sono soltanto destinatari di una compensazione, ma entrano nel sistema energetico come soggetti partecipanti.
È un passaggio culturale prima ancora che economico. Il territorio non dovrebbe ricevere semplicemente qualcosa in cambio della presenza di un impianto. Dovrebbe poter partecipare al valore che quell’impianto produce.
Per questo riteniamo che il futuro della transizione energetica debba muoversi progressivamente da un modello di compensazione territoriale verso un modello di partecipazione energetica territoriale.
La migliore forma di accettabilità sociale non nasce dal tentativo di convincere una comunità ad accettare un progetto. Nasce quando quella comunità può riconoscere nel progetto anche una parte del proprio futuro economico ed energetico.

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