La questione dell’accettabilità delle energie rinnovabili non riguarda soltanto l’Italia. In tutta Europa, con la crescita degli investimenti nell’eolico e nel fotovoltaico, si sta ponendo una domanda sempre più importante: quale parte del valore generato dagli impianti deve rimanere nei territori che li ospitano?

È il secondo grande tema affrontato da Monika Bucha, del Kelso Institute Europe di Berlino, nella relazione sul benefit-sharing presentata alla UPEC 2026 di Cagliari.

I dati illustrati sono significativi. Una revisione sistematica della legislazione dei Paesi europei — UE27 più altri tre Paesi — mostra che forme di compensazione o partecipazione economicamente vincolanti sono già presenti in 19 Paesi e in 21 regioni. In alcuni casi queste misure sono state introdotte proprio come risposta all’opposizione locale ai nuovi impianti; in altri, anche nel quadro dell’accelerazione delle rinnovabili collegata al piano REPowerEU.

L’Europa sta cercando un nuovo equilibrio

Il dato è interessante perché dimostra che il benefit-sharing non è più soltanto una proposta teorica. In una parte consistente d’Europa sta progressivamente entrando nelle politiche pubbliche che accompagnano lo sviluppo delle energie rinnovabili.

I modelli adottati, tuttavia, sono molto diversi. La ricerca presentata da Bucha individua quattro grandi meccanismi: pagamenti fissi, compensazioni collegate ai profitti, strumenti basati sul debito e partecipazioni al capitale. I primi due appartengono prevalentemente alla logica della compensazione finanziaria passiva; gli altri introducono invece forme di partecipazione finanziaria attiva.

Anche il grado di obbligatorietà varia notevolmente da un Paese all’altro. La mappa europea presentata durante la relazione mostra infatti sistemi obbligatori, sistemi facoltativi e Paesi nei quali determinati strumenti non sono previsti.

Non esiste quindi ancora un modello europeo unico. Esiste però una tendenza che merita attenzione: la produzione di energia rinnovabile viene sempre più spesso associata alla necessità di costruire una relazione economica con il territorio.

E in Italia?

La relazione dedica un passaggio specifico proprio al nostro Paese. Bucha ricorda che, dal 2010, la normativa italiana consente misure di compensazione ambientale e territoriale collegate ai ricavi degli impianti, richiamando il limite massimo del 3% previsto dal Decreto 10 settembre 2010.

Nel 2023 era stato inoltre introdotto un contributo di 10 euro per ogni kW di potenza installata, per i primi tre anni, destinato a un fondo per la decarbonizzazione e lo sviluppo sostenibile delle Regioni. Questa disposizione è stata successivamente abrogata nel 2024.

Questa evoluzione normativa dimostra quanto la questione sia ancora aperta anche in Italia. Ma, dal nostro punto di vista, pone soprattutto una domanda: è sufficiente trasferire una quota di denaro al territorio oppure possiamo costruire un modello più avanzato?

La posizione dell’Associazione Elettrica Sarda

Per la Sardegna questa domanda assume un significato particolare. La nostra Isola dispone di una straordinaria disponibilità di risorse rinnovabili e sarà inevitabilmente protagonista della trasformazione energetica dei prossimi decenni. Proprio per questo riteniamo necessario affermare un principio semplice: lo sviluppo delle energie rinnovabili deve produrre un beneficio riconoscibile anche per le comunità che ospitano gli impianti.

Non pensiamo però che questo rapporto debba esaurirsi nel pagamento di una compensazione. Una compensazione può certamente produrre risorse per un Comune o per una comunità. Ma rimane, per sua natura, un trasferimento economico dal produttore al territorio.

Il passaggio successivo dovrebbe essere più ambizioso: fare in modo che il territorio partecipi stabilmente al valore generato dall’energia.

Dalla compensazione alla partecipazione

È qui che il confronto europeo descritto da Bucha diventa particolarmente interessante anche per il modello che l’Associazione Elettrica Sarda sta cercando di promuovere.

Se un territorio ospita un grande impianto fotovoltaico o eolico, una parte del valore prodotto potrebbe essere collegata direttamente alla comunità locale attraverso meccanismi di partecipazione, condivisione dell’energia, Comunità Energetiche Rinnovabili o altre forme che consentano a cittadini, imprese ed enti locali di essere coinvolti nel sistema.

Non si tratta di contrapporre piccoli impianti e grandi impianti, né di immaginare che ogni infrastruttura energetica possa essere posseduta direttamente dai cittadini. Si tratta di introdurre un principio: la produzione energetica e il territorio non devono essere due realtà economicamente separate.

La stessa ricerca europea mostra che molti territori stanno già cercando strumenti per costruire questo collegamento e che gli importi e le modalità di compensazione differiscono ancora notevolmente tra le diverse regioni. La conclusione della relazione è infatti che esiste ancora un ampio spazio per migliorare l’efficacia del benefit-sharing.

Per l’Associazione Elettrica Sarda questo è uno dei punti centrali della transizione energetica. La Sardegna non deve limitarsi ad essere un luogo nel quale produrre grandi quantità di energia rinnovabile. Deve diventare un territorio nel quale una parte crescente del valore economico, sociale ed energetico prodotto dalle rinnovabili rimanga a disposizione delle comunità.

Perché la questione fondamentale non è soltanto quanta energia rinnovabile riusciremo a produrre. È anche decidere chi parteciperà al valore che quell’energia sarà capace di generare.

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