La domanda posta provocatoriamente da Monika Bucha, del Kelso Institute Europe di Berlino, nella relazione presentata alla UPEC 2026 di Cagliari era molto semplice: possiamo “comprare” l’accettazione locale dei grandi progetti di energia rinnovabile?
Dopo aver analizzato circa 40 studi quantitativi e la legislazione di 30 Paesi europei, la risposta è articolata. Sì, le compensazioni economiche possono aumentare l’accettazione. Ma il denaro non è sufficiente. Solo una parte degli oppositori cambia posizione e fattori come la localizzazione degli impianti e la loro distanza dalle comunità continuano ad avere un peso determinante.
Il benefit-sharing è un punto di partenza
La ricerca presentata da Bucha dimostra che la condivisione dei benefici può funzionare. Molti Paesi e regioni europee hanno già introdotto forme economicamente vincolanti di benefit-sharing e sono stati sperimentati modelli differenti: pagamenti fissi, compensazioni legate ai profitti, strumenti finanziari basati sul debito e partecipazioni al capitale.
Ma la stessa ricerca evidenzia che non conta soltanto trasferire risorse. I benefici collettivi risultano più frequentemente preferiti rispetto a quelli individuali e la localizzazione del progetto rimane un elemento decisivo.
Questo significa che il benefit-sharing deve essere considerato uno strumento all’interno di un modello più ampio di rapporto tra produzione energetica e territorio.
Energia prodotta localmente, valore condiviso localmente
Come Associazione Elettrica Sarda riteniamo che sia proprio questo il passaggio sul quale occorra concentrare la riflessione.
La Sardegna possiede una disponibilità straordinaria di sole, vento e territorio e può diventare uno dei protagonisti della produzione rinnovabile italiana. Ma essere un grande produttore di energia non significa necessariamente essere anche il principale beneficiario economico di quella produzione.
Il rischio è quello di riprodurre un modello nel quale l’energia viene prodotta localmente, immessa nella rete e valorizzata attraverso un mercato molto più ampio, mentre i cittadini che vivono nei territori interessati continuano ad acquistare energia alle normali condizioni di mercato.
In questo modo può crearsi una distanza difficile da spiegare: il cittadino vede crescere intorno a sé la produzione di energia a basso costo, ma non percepisce un beneficio altrettanto evidente nella propria bolletta. Ed è proprio questa distanza che, a nostro avviso, la transizione energetica deve progressivamente ridurre.
Le Comunità Energetiche indicano una strada
Le Comunità Energetiche Rinnovabili introducono un principio particolarmente interessante: collegare produzione, consumo e condivisione dell’energia all’interno dello stesso territorio.
Non rappresentano la soluzione a ogni problema e non possono sostituire l’intero mercato elettrico. Dimostrano però che è possibile costruire un sistema nel quale cittadini, imprese ed enti locali non siano semplicemente consumatori finali, ma soggetti che partecipano alla produzione e alla valorizzazione dell’energia.
Questo principio può diventare ancora più importante se applicato, attraverso strumenti adeguati, anche nel rapporto tra grandi impianti e territori. Compensazioni, partecipazione finanziaria, disponibilità di aree pubbliche, Comunità Energetiche, investimenti locali e coinvolgimento nella scelta delle localizzazioni possono diventare parti di una stessa strategia.
La relazione di Bucha arriva infatti a una conclusione molto chiara: le compensazioni possono contribuire all’accettazione, molti Paesi europei già le prevedono, ma la combinazione tra compensazione finanziaria e co-siting, cioè coinvolgimento nella localizzazione dei progetti, può rappresentare una delle strade più efficaci.
Mettere in discussione anche il mercato dell’energia
Ma riteniamo che occorra compiere un ulteriore passo.
Se produrre energia da sole e vento costa sempre meno, dobbiamo domandarci come fare affinché questo vantaggio industriale possa tradursi maggiormente in un vantaggio economico per cittadini e imprese.
Non è sufficiente produrre energia rinnovabile. Dobbiamo lavorare affinché una parte crescente del suo valore possa essere condivisa nei territori nei quali quella stessa energia viene prodotta.
È una questione che riguarda le Comunità Energetiche, ma anche il funzionamento futuro del mercato elettrico, i contratti di lungo periodo, l’autoconsumo, la partecipazione dei cittadini agli investimenti e nuovi modelli di produzione e consumo di prossimità.
La transizione energetica non dovrebbe essere soltanto una sostituzione tecnologica: centrali fossili sostituite da impianti eolici e fotovoltaici. Dovrebbe rappresentare anche un’occasione per ripensare il rapporto tra energia, economia e territorio.
La transizione energetica come progetto di comunità
Il punto di arrivo di questa serie di articoli è quindi molto vicino al punto dal quale siamo partiti. Non possiamo pensare di “comprare” semplicemente l’accettazione delle comunità. Possiamo però costruire condizioni nelle quali quelle comunità abbiano interesse a diventare protagoniste della transizione.
Significa scegliere meglio dove realizzare gli impianti, coinvolgere i territori nelle decisioni, rendere trasparenti i benefici economici, condividere una parte del valore prodotto e creare strumenti che consentano ai cittadini di partecipare.
Per la Sardegna questa potrebbe essere una straordinaria opportunità. Non essere semplicemente una terra sulla quale installare impianti per produrre energia rinnovabile. Diventare una terra che produce energia, partecipa alle decisioni e trattiene una parte significativa del valore economico generato dalle proprie risorse.
Perché la migliore transizione energetica non è quella che un territorio finisce per accettare. È quella alla quale un territorio sceglie di partecipare.

No responses yet